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Il naso dei bambini: crescere annusando le piante

Prima ancora delle parole, c’è l’odore. Un neonato riconosce la madre dal profumo della sua pelle molto prima di distinguerne il volto, e per tutta l’infanzia il naso resta uno dei modi più diretti con cui un bambino conosce il mondo. Poi, crescendo, ce ne dimentichiamo: impariamo a guardare, a leggere, a nominare, e l’olfatto scivola in secondo piano.

Per questo credo che una delle cose più belle che possiamo offrire a un bambino non sia un olio da mettere sulla pelle, ma un’abitudine: quella di annusare le piante.

La pianta viva, prima di tutto

Una foglia di salvia strofinata tra le dita. Un rametto di rosmarino spezzato durante una passeggiata. La buccia di un mandarino, che spruzza il suo profumo quando la pieghi. I fiori di tiglio a giugno, l’erba tagliata, la resina che cola da un pino in un bosco del Carso. Non serve niente di più: la natura è già tutta lì, intera, e i bambini la sanno accogliere meglio di noi.

Gli oli essenziali sono concentrati molto potenti, e con i più piccoli è meglio lasciarli da parte, o usarli solo con la guida di chi li conosce bene. La pianta viva invece si può toccare, annusare, raccogliere, e porta con sé qualcosa che nessuna boccetta contiene: la stagione, il luogo, il gesto.

Un vocabolario di odori

Quando annusiamo insieme a un bambino, possiamo fargli domande semplici: di cosa sa? Ti ricorda qualcosa? È un odore caldo o fresco, dolce o pungente? Senza risposte giuste, solo il piacere di cercare le parole. È così che si costruisce un vocabolario olfattivo, lo stesso che alcuni popoli della foresta amazzonica hanno affinato fino a distinguere.

È un lavoro di ascolto sensoriale che non ha età: lo stesso che propongo agli adulti, e che nei bambini è semplicemente più spontaneo.

Un legame per la vita

Un bambino che cresce annusando le piante impara che il mondo vegetale non è uno sfondo, ma una presenza viva, con cui si può avere una relazione. E quegli odori gli resteranno: fra trent’anni, una foglia di salvia gli riporterà un pomeriggio d’estate, un orto, una mano che gliela porgeva.

Forse è questo il regalo più grande: non un rimedio, ma una memoria.