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Mirto, un respiro nella luce invernale

In mezzo all’inverno, quando la luce si fa sottile e l’aria trattiene silenzi più lunghi del consueto, il mirto si rivela come un compagno prezioso. È una pianta mediterranea, legata alle rive, alla macchia, ai cammini antichi. Ma più ancora: è un arbusto rituale, sacro, essenziale.

Nell’antichità greca era consacrato ad Afrodite: non per il suo profumo dolce o i suoi fiori bianchi, ma per la sua capacità di proteggere il passaggio. Il mirto cresce dove serve presidio: sentieri, confini, soglie.

In aromaterapia, l’olio essenziale di Myrtus communis è noto per le sue proprietà respiratorie — è fresco, ma mai invasivo. Apre, ma non forza.
Si distingue da altri oli balsamici per una qualità composta, quasi meditativa: ha qualcosa dell’eucalipto, ma più saggio; qualcosa del rosmarino, ma più quieto. È come se il mirto sostenesse una postura interiore: quella della vigilanza calma.

Quando lo annuso, mi viene in mente la soglia tra il giorno e la notte, il momento in cui si accende la luce calda della cucina, mentre fuori resta il buio. Un profumo che non sovrasta, ma che accompagna. Che tiene compagnia senza invadere.
Una forma di presenza che oggi riconosco come essenziale.

Profumo di Caffè, seme di pace

Nel rito etiope del Buna Qalaa, il caffè non è bevanda ma offerta. Si inizia con una preghiera, si condivide un gesto, si invoca la pace. Il caffè diventa veicolo di armonia, presenza collettiva, comunità.

Nelle culture occidentali, il caffè è spesso legato alla produttività: la pausa, il risveglio, la carica. Ma prima di tutto questo, c’era altro: la connessione tra umani e natura, tra vivi e antenati.

Un’antica benedizione Oromo dice: “May your house lack no coffee, nor peace.” Non c’è pace dove non c’è caffè. E viceversa.
In questa visione, il caffè è spazio condiviso, tempo rallentato, rito di guarigione. È una pratica sensata di presenza.

Nel mio lavoro, ho esplorato diverse essenze estratte dal caffè attraverso tecniche differenti, dall’assoluta, alla macerazione, alla CO2, e ho compreso che questa materia non si limita a profumare.
È un’essenza che da un lato offre il radicamento della terra e della tostatura, dall’altro spinge verso l’alto, verso la lucidità; inoltre, nasce da una tradizione sociale antica.

Per me è quindi simbolo di indipendenza (perché richiama la forza, il radicamento, il gesto quotidiano che ci tiene in piedi)
e insieme di comunità. A volte, un piccolo flacone contiene un mondo.
E ogni anno, possiamo tornare lì: al seme.
Alla possibilità che un gesto ordinario torni sacro.