viaggio sentimentale tra i profumi del mondo

Nella ricerca sul legame tra profumi e letteratura ho incontrato questo libro, “Viaggio sentimentale tra i profumi del mondo” di Jean Claude Ellena – questo libro è un diario di un profumiere che vive la sua creatività giorno per giorno – un vero e proprio taccuino di vita di un creativo.

Entrare in un diario di un artista è come entrare in una dimensione sensibile e privata, laddove ci sono pochi filtri, e vi si percepisce l’arte, la creatività, e la dimensione dei profumi; inoltre scoprire e attraversare un libro ci permette di trovare aspetti di noi stessi, come fossero riflessi nel testo stesso.

Nella parte finale del libro troviamo un Compendio, che viene definito un “gioco” – si tratta di suscitare il gusto dell’esperimento. Mettersi in gioco ogni volta, appassionarsi e poi manifestare qualcosa diventa fondamentale per il percorso creativo. Il messaggio che ci arriva è che possiamo giocare, possiamo sbagliare. Possiamo riconoscerci in una strada, poi tornare indietro, provarne un’altra, e ritrovare una soluzione giusta per noi.

Il 7 dicembre Ellena scrive “infatti il mio pensiero è in costante evoluzione” – ritroviamo una dimensione di apertura e di imprevedibilità come risorsa personale e professionale.

In questa costante evoluzione sono fondamentali gli aspetti sensoriali: Ellena sottolinea come qualsiasi dettaglio possa essere significativo. Così per esempio un giorno il profumiere, stanchissimo, decide che ha bisogno di un momento di stacco. Vivendo in Francia, supera il confine e arriva in Italia, con i suoi mercati e la sua ricchezza, che lo rianima e lo nutre emotivamente. Ellena tira fuori il suo taccuino e inizia a prendere appunti:

“Questo venerdì , numerose bancarelle propongono delle pere invernali, piccole pere color carminio il cui profumo regna sovrano su tutto il mercato…la gioia per il trionfo di colori e per l’odore penetrante è annotato su un taccuino: “provo una tale gioia a rubarlo che annoto sul mio taccuino ciò che mi passa per la testa, nomi di materiali, spunti, intuizioni, un abbozzo di formula. La mia memoria completerà i particolari che non ho scritto. Il ritratto olfattivo che comporrò in laboratorio non sarà la riproduzione di quanto ho fiutato ma l’immagine dell’odore impresso nela memoria”.

Possiamo raccogliere lo spunto del taccuino: segnare spunti, sensazioni, come strumento per accompagnare il nostro quotidiano, dove le più piccole cose possono aprire una luce sulla nostra interiorità e sulla relazione con l’altro.

Nel libro ci sono anche riferimenti al rapporto con l’arte visiva e alla musica – Ellena ama il jazz, e scrive a Tokyo : “Nell’esecuzione di Bill Evans ci sono una sensibilità, una precisione, una presenza, una chiarezza che mi fanno amare l’umanità. I suoi «colori sonori» fanno pensare a quelli di Gabriel Fauré e di Claude Debussy. Mi piacerebbe trasporre quei «colori sonori» in «colori olfattivi»”.

Troviamo una fluidità tra le percezioni sensoriali di tipo diverso, che trovano una sinergia – una sinestesia – costante.

In particolare Ellena incontra il colore verde:

“Da anni sono alla ricerca di nuove note verdi. Questo assoluto evoca in me, naturalmente, quello delle foglie dei nasturzi, ma anche quello del wasabi, del rafano, dei capperi, del giacinto selvatico. Quest’odore verde è fresco e non somiglia a nessun altro, «fa centro». Io non scelgo un materiale soltanto in funzione della qualità dell’odore, ma anche delle possibilità che intravedo nel suo utilizzo. Il verde è il solo colore che abbia un significato anche come odore. Nella mia collezione di materiali, che non è organizzata in modo discriminante con dei più o dei meno, ho dei verdi tenui, duri, crudi, lisci, ruvidi, densi eccetera. Ho dei verdi dall’odore di fagiolino, di foglia di fico, di serenella, di edera, d’alga, di sambuco, di bosso, di giacinto, di prato, di pisello. E, se non conosco odori gialli, rossi o azzurri, so quali sono quelli che caratterizzano i fiori bianchi e gialli e i frutti rossi”.

Il libro-diario di Ellena edito da Salani è una lettura importante se ami la sensorialità, la creatività e la scrittura.

Dal Ravintsara all’Aceto dei quattro ladri

Il ravintsara è un albero arrivato da lontano. Il Cinnamomum camphora nasce in Asia, e in Madagascar ha trovato una seconda casa, dove ha sviluppato un carattere tutto suo. Il nome malgascio lo dice chiaramente: ravina significa foglia, tsara significa buona. La foglia buona. Per le famiglie dell’isola è una presenza quotidiana, un albero di casa, piantato vicino ai villaggi.

L’olio essenziale si distilla proprio dalle foglie, raccolte dagli alberi adulti che continuano a rinnovarsi. Al naso il ravintsara è fresco e limpido, con la chiarezza dell’eucalipto e una canfora morbida, arrotondata, quasi dolce. Sotto la freschezza affiora una nota legnosa e leggermente speziata, che ricorda la sua appartenenza alla famiglia della cannella.

Il suo profumo ha qualcosa di antico, e fa pensare a una storia che circola da secoli nella tradizione aromatica europea: l’aceto dei quattro ladri. Si racconta che durante un’epidemia di peste, in Francia, quattro ladri attraversassero le case dei malati usando un aceto macerato con rosmarino, lavanda, salvia, timo e chiodi di garofano. Jean Valnet ne riporta la composizione nei suoi scritti. È probabilmenteuna leggenda, ma è anche il ritratto di un’epoca in cui le piante aromatiche erano essenziali in momenti critici.

Quando apro una boccetta di ravintsara, sento un’aria che si allarga. È un profumo verticale, luminoso, che dà spazio al respiro e porta con sé la freschezza delle foglie appena raccolte. Lo tengo sulla scrivania nei mesi d’inverno, accanto alle conifere, e ogni volta mi ricorda quanto una materia possa viaggiare lontano e diventare, altrove, la foglia buona di qualcuno.

 

Esperienze olfattive, scrittura e immagini d'autore

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