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Profumo di Madagascar

Il Madagascar si è staccato dal continente africano circa 160 milioni di anni fa, e in quell’isolamento lunghissimo ha costruito qualcosa che altrove non esiste: una densità di specie uniche altissima, oltre l’85% delle piante, oltre il 90% dei rettili e degli anfibi, non si trovano in nessun altro luogo del pianeta. Non è un caso isolato qua e là. È un intero ecosistema che ha imparato a divergere, a specializzarsi, restando comunque un solo territorio.

Nel lavoro con le materie prime di quest’isola – la vaniglia, il vetiver, il Ramy, il geranio Bourbon, il patchouli, il niaouli, la cannella – ritrovo la stessa struttura: specie diversissime che convivono sullo stesso suolo rosso, ciascuna con la propria nota, senza sovrapporsi. La biodiversità, qui, non è solo un dato scientifico. È un modello di come materiali, tempi, culture diverse possano stare insieme senza doversi somigliare.

Il Ramy, per esempio, è una resina che arriva solo a fine estate, raccolta da chi conosce l’albero abbastanza da sapere quando è pronto. Non è la varietà in astratto a contare; è che ogni materiale porta con sé il tempo e la mano di chi lo ha raccolto, e quello non si può replicare altrove. Ne ho scritto in Materia Viva n.10.

Questa varietà non sopravvive da sola. Dietro ogni materiale c’è un sapere tramandato: chi sa dove cercare, quando raccogliere, come lavorare la materia senza sprecarla. È una conoscenza che si perde in una generazione, se nessuno la porta avanti. Scegliere una provenienza precisa, raccontarla per nome, è anche un modo per tenere viva quella trasmissione – non lasciarla scomparire dentro un sacco anonimo insieme a tutto il resto.