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Cedro atlantico, profumo di casa

Il Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica) è un albero maestoso che cresce nelle regioni montuose del Marocco e dell’Algeria, tra i 1.300 e i 2.000 metri di altitudine. È considerato uno dei più antichi alberi sacri, presente nei templi egizi, nei rituali e nei testi antichi come simbolo di forza, integrità e purificazione.

La sua resina e il suo legno erano usati per imbalsamazioni, protezione, meditazione. Il suo olio essenziale, distillato dal legno, ha un profumo secco, caldo, avvolgente. Ricorda l’interno di una casa antica, il legno di una biblioteca silenziosa, o un tappeto di aghi asciutti sotto i piedi. Non è dolce, non è invadente: è una struttura. Una colonna silenziosa. Una casa verticale.

Il Cedro è geograficamente legato all’Atlante, la catena montuosa da cui prende il nome, ma simbolicamente abbraccia molte civiltà: Fenici, Egizi, Greci, Romani. Sta in bilico tra Oriente e Occidente, tra il Mediterraneo e il deserto. Il suo linguaggio è quello delle civiltà antiche e delle visioni interiori che non si consumano.

Uso il Cedro quando voglio centrarmi senza irrigidirmi, quando sento che serve ordine, ma non controllo. Quando c’è bisogno di togliere il superfluo senza perdere il calore.
Lo annuso spesso al mattino, quando la mente è ancora aperta, oppure quando la stanchezza diventa disorientamento e sento che serve una base, una radice asciutta, un punto fermo; la sua presenza porta una sensazione di casa e può essere unita agli agrumi per una sensazione completa di benessere.

Profumo di Caffè, seme di pace

Nel rito etiope del Buna Qalaa, il caffè non è bevanda ma offerta. Si inizia con una preghiera, si condivide un gesto, si invoca la pace. Il caffè diventa veicolo di armonia, presenza collettiva, comunità.

Nelle culture occidentali, il caffè è spesso legato alla produttività: la pausa, il risveglio, la carica. Ma prima di tutto questo, c’era altro: la connessione tra umani e natura, tra vivi e antenati.

Un’antica benedizione Oromo dice: “May your house lack no coffee, nor peace.” Non c’è pace dove non c’è caffè. E viceversa.
In questa visione, il caffè è spazio condiviso, tempo rallentato, rito di guarigione. È una pratica sensata di presenza.

Nel mio lavoro, ho esplorato diverse essenze estratte dal caffè attraverso tecniche differenti, dall’assoluta, alla macerazione, alla CO2, e ho compreso che questa materia non si limita a profumare.
È un’essenza che da un lato offre il radicamento della terra e della tostatura, dall’altro spinge verso l’alto, verso la lucidità; inoltre, nasce da una tradizione sociale antica.

Per me è quindi simbolo di indipendenza (perché richiama la forza, il radicamento, il gesto quotidiano che ci tiene in piedi)
e insieme di comunità. A volte, un piccolo flacone contiene un mondo.
E ogni anno, possiamo tornare lì: al seme.
Alla possibilità che un gesto ordinario torni sacro.