Ci sono momenti in cui l’universo orchestra incontri che trascendono i confini degli itinerari pianificati e delle aspettative culturali. Negli altipiani del Perù, dove antiche civiltà hanno scolpito la loro saggezza nella pietra e nel cielo, questi momenti si rivelano con la chiarezza che solo la geografia sacra può offrire.
Mi trovavo alla stazione degli autobus di Cusco, in mezzo a quel caos organizzato che caratterizza i luoghi di transito sudamericani. Dovevamo scegliere tra una decina di bus diretti a Macchu Picchu, tutti identici, tutti promettenti la stessa destinazione.
“Prendiamo quello,” ho detto, indicando un veicolo che non sembrava diverso dagli altri.
Siamo salite, ci siamo sistemate, e mentre il bus si riempiva di altri passeggeri, ho sentito un’energia familiare. Mi sono voltata e ho visto un volto che conoscevo, impossibile ma vero: era lo sciamano brasiliano che avevo incontrato l’anno prima, in un contesto completamente diverso. Per un momento ci siamo guardati increduli, poi lui è letteralmente corso verso di me.
“Non ci posso credere,” ripeteva con gli occhi lucidi. “Cosa fai qui?”
Era in Perù con un gruppo di terapeuti brasiliani, stava guidando quello che chiamava un “pellegrinaggio di guarigione” verso Machu Picchu. Senza esitazione ci ha invitate a unirci al loro gruppo. Il viaggio verso la valle sacra si è trasformato in qualcosa di completamente inaspettato.
Il giorno dopo, sotto Machu Picchu, siamo andati alle terme di Aguas Calientes. L’acqua calda sgorgava direttamente dalla terra. Mi sono immersa in quelle acque che sembravano contenere la memoria stessa della montagna. Chiudendo gli occhi, sentivo il peso dell’altitudine non più come fatica ma come espansione, come se la coscienza avesse trovato il suo livello naturale.
Sono rimasta in silenzio, beneficiando di quelle acque curative. Era come se Machu Picchu stesso stesse confermando qualcosa che sapevo ma non avevo mai formulato: che esistono collegamenti che trascendono geografia e cultura, frequenze che si riconoscono indipendentemente dal contesto.
Quando siamo riemersi dalle acque, mi sentivo diversa. Non transformata in modo drammatico, ma più allineata, più chiara su quello che stavo facendo nel mondo. Come se la montagna e le sue acque avesse riordinato qualcosa dentro di me che prima era confuso.
Tornando a Cusco quella sera, guardavo i volti del gruppo brasiliano con cui eravamo e realizzavo che avevo appena vissuto qualcosa che non si può programmare o acquistare: un momento di riconoscimento autentico, benedetto da un luogo intriso di sacralità. Un momento che mi ha insegnato che quando il cammino è genuino, la strada si apre naturalmente, e le guide appaiono esattamente quando sei pronta a ricevere quello che hanno da offrire.
Così qualche giorno dopo, ci ha presentati a un maestro quechua. Un uomo anziano, con mani che sembravano conoscere ogni pietra della montagna sacra. Quando mi ha guardato negli occhi, ho sentito lo stesso riconoscimento che avevo sperimentato con lo sciamano brasiliano. Ho capito subito che avevo la possibilità di vivere un incontro autentico con una tradizione spirituale profonda, davanti alla quale mi presentavo in ascolto.
Partecipare a un rituale Quechua dedicato alla Pacha Mama è stato per me un momento di iniziazione e conferma che la spiritualità per me non era accessoria ma fondamentale nel mio percorso; e sono ancora grata oggi sia per questi incontri che per gli insegnamenti ricevuti, che rimangono un bagaglio di cura per me e per gli altri.
