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Aromaterapia e ansia, le essenze come benessere tangibile

L’ansia parla la lingua dei pensieri che girano su se stessi – scenari che si moltiplicano nella mente, mentre il corpo resta lì, in attesa di qualcosa a cui aggrapparsi davvero.

È qui che entra in scena la materia. Una goccia di lavanda, di petit grain, di bergamotto hanno un peso, una temperatura, un profumo che si dispiega nel tempo; è qualcosa he si respira, presente qui e ora, mentre il pensiero continua a rimuginare altrove. La camomilla, l’arancio dolce, la maggiorana parlano direttamente al corpo, arrivano prima che la mente abbia il tempo di raccontarsi qualcosa sopra.

Accendere il diffusore con un’essenza che risuona con noi, respirarla ogni volta che serve: un punto fermo semplice, quasi silenzioso, in mezzo al rumore dei pensieri. Sono gesti che hanno trovato posto anche in ambito hospice, dove l’olfatto è un modo di prendersi cura dell’ambiente e di chi ci lavora.

Praticare l’aromaterapia emozionale significa offrire a noi stessi proprio questo: una materia precisa, reale, a cui affidarsi mentre il corpo -e l’anima- si distendono.

L’aromaterapia emozionale accompagna il benessere e la consapevolezza sensoriale; per un disagio ansioso significativo, il riferimento resta il professionista sanitario o lo specialista di salute mentale.

Quando il profumo si lascia ascoltare – tra profumo e suono

In un laboratorio recente è successa una cosa che porto ancora con me. Le materie erano sul tavolo — qualche resina, un legno, un fiore — e mentre passavano di mano in mano ho sentito che nella stanza stavamo ascoltando. Ogni essenza entrava con un suo registro, e tra una e l’altra si apriva qualcosa che somigliava a un accordo: qualcosa con la nitidezza di una frase, un disegno, una direzione, un timbro che si poteva riconoscere.

Mi è rimasta addosso l’impressione che il profumo, certe volte, sia proprio una musica. E che, come la musica, si possa comporre insieme.

C’è una tradizione, in Giappone, che pratica questa cosa da secoli e le ha dato un nome preciso. Si chiama Kodo, la via dell’incenso, e quando si avvicina al naso un legno aromatico si dice Monko: ascoltare l’incenso. Il verbo è quello dell’udito. Chi ascolta un profumo entra in relazione con una presenza che si dispiega nel tempo, esattamente come si fa con un suono.

Anche la profumeria occidentale ha preso le sue parole dalla musica. Diciamo “note” — di testa, di cuore, di fondo — perché un profumo si apre, si svolge e lascia un fondo, come una frase ha un attacco, un corpo e una coda. E diciamo “accordo” per più essenze che, combinate, suonano come una cosa sola: tre suoni tenuti insieme generano qualcosa che nessuno dei tre possedeva da solo.

Forse è per questo che certe esperienze olfattive arrivano come musica. Quando le materie sono vive – resine, legni, fiori che conservano la loro voce – e le si incontra in un piccolo gruppo, con il tempo necessario, succede qualcosa che assomiglia a fare musica da camera. Ognuno tiene la sua nota, prova un suo accostamento, e a un certo punto nella stanza si forma una risonanza condivisa: come quando qualcuno tiene una nota e gli oggetti intorno cominciano, piano, a vibrare con lei.

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