Il Neroli ha una qualità particolare – la leggerezza del fiore, e la profondità di una luce che illumina qualcosa di interno. Ha quella delicatezza aerea che ci si aspetta dai fiori, ma sotto c’è qualcosa di denso, di raccolto.
Il Neroli è il fiore dell’arancio amaro, Citrus aurantium, e questa pianta è una delle più generose che conosco in aromaterapia: dalla stessa pianta si estraggono tre oli completamente diversi — la buccia del frutto, le foglie, e i fiori. Tre linguaggi su un solo albero. La buccia è brillante, immediata, solare. Le foglie — il petit grain — sono verdi, fresche, con una certa vivacità che appartiene allo spazio intermedio tra terra e cielo. I fiori, il neroli appunto, sono qualcosa d’altro ancora. Scendono. Portano dentro una pace calma, una dimensione buona.
Dal punto di vista chimico è ricchissimo di linalolo e di esteri, componenti che agiscono sul sistema nervoso e ampiamente documentato — riducono l’ipereattività, abbassano la tensione di fondo, favoriscono una presenza più quieta nel corpo. Ma la chimica da sola non racconta tutto. Quello che racconta è l’esperienza di portarlo alle narici e sentire che qualcosa smette di correre.
Lo utilizzo spesso d’estate, come fiore che parla di raccoglimento, ma anche di condivisione sensibile. E suggerisco di usarlo puro su un fazzoletto di cotone, tenuto vicino, lasciato respirare. Come compagnia. Come bussola.
Esiste anche come idrolato — l’acqua di distillazione del fiore — più accessibile, più quotidiano, altrettanto vero. Spruzzato sul viso la mattina o prima di dormire, ha quella stessa qualità di richiamo verso dentro, senza sforzo.
Un fiore che fiorisce in primavera, profuma l’estate, e insegna qualcosa sulla serenità che vale tutto l’anno.
