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Parlare, sentire, scegliere

Ci sono periodi in cui sappiamo che qualcosa deve cambiare, ma non sappiamo ancora come. Il “cosa” lo sentiamo da tempo, a volte da anni. È il “come” che manca, e finché manca restiamo sospesi: facciamo tutto quello che va fatto, ma con una stanchezza che non passa col riposo.

In quei momenti spesso cerchiamo la risposta con la testa. Facciamo liste, pesiamo pro e contro, chiediamo consigli. Ma la testa da sola tende a ripetere i percorsi che conosce, e le voci degli altri, anche quelle affettuose, portano con sé le loro paure e le loro misure.

Il corpo invece sa spesso prima di noi. Lo dice con la fatica, con l’insofferenza, con un’energia che si spegne in certe situazioni e si riaccende in altre. Imparare ad ascoltarlo non vuol dire seguire ogni impulso: vuol dire riconoscere quello che già sappiamo, e dargli il tempo di diventare pensabile.

Per questo nel mio lavoro parto dal sentire. I profumi sono una via diretta: l’olfatto arriva al corpo e alla memoria prima che la mente abbia il tempo di giudicare. Un’essenza che ci attrae o ci respinge, un ricordo che affiora, un respiro che si allunga sono tutte informazioni (questo è l’approccio dell’Aromaterapia emozionale). Poi viene la parola, che dà forma a ciò che è emerso, e solo alla fine arriva la scelta.

Parlare, sentire, scegliere: non in quest’ordine, spesso, ma sempre tutti e tre. A volte serve solo uno spazio in cui qualcuno ascolta davvero, senza fretta di arrivare a una soluzione. È lì che la direzione, di solito, si fa vedere da sola.

Se sei interessata a un percorso personale, puoi prendere in considerazione le sedute secondo il metodo Core gift o delle sessioni individuali tra coaching e profumi,

La meraviglia come fonte di creatività

La meraviglia non è un lusso da tenere per le vacanze. È il punto da cui parte ogni vera ricerca estetica. Quando guardiamo il mondo con occhi aperti, attiviamo un tipo di attenzione che viene prima di qualsiasi tecnica: ricevere, prima di capire.

Nel mio lavoro con i profumi l’ho visto succedere tante volte. Prima di studiare la composizione di un’essenza, prima di conoscerne la chimica o la storia, c’è un momento di pura ricezione, e quel momento decide la qualità di tutto ciò che viene dopo. Chi lo salta sa molte cose, ma sente poco.

Questa attenzione non si impara dai manuali. Si coltiva ogni giorno, smettendo di dare per scontato ciò che ci circonda: come la luce entra dalla finestra al mattino, come cambia l’odore di una stanza nelle ore, la trama di una superficie che tocchiamo senza pensarci.

Sostare prima di nominare

Davanti a un tramonto, il primo impulso è fotografarlo o trovare le parole per descriverlo. È giusto, ma arriva troppo presto. L’educazione dello sguardo comincia quando restiamo dentro l’esperienza un momento in più, senza trasformarla subito in contenuto.

Chi fotografa davvero lo sa: l’immagine più viva nasce da un’attesa, dal tempo in cui guardi senza ancora scattare. Lo stesso vale per il naso. Un profumo si rivela solo a chi gli concede qualche respiro, senza fretta di dargli un nome.

La capacità di riconoscere la bellezza non è un talento per pochi. È una forma di intelligenza che si allena, con pratica e un po’ di disciplina. La meraviglia la tiene viva: impedisce all’esperienza di diventare abitudine e ci ricorda che c’è sempre qualcosa da scoprire, anche nelle cose che crediamo di conoscere.

Per questo nel mio lavoro l’esperienza viene sempre prima della teoria. Prima di parlare di oli essenziali, si annusa. Prima di spiegare, si ascolta come il corpo risponde. Succede anche nelle sedute individuali, e succede in Materia Viva, la ezine aromatica, dove ogni materia prima viene prima di tutto incontrata, e solo dopo raccontata.

Il ritorno al mondo

In un tempo che preferisce l’informazione alla sensazione, la meraviglia diventa quasi un gesto di resistenza. Vuol dire scegliere la qualità dell’attenzione invece della quantità dei dati, l’esperienza diretta invece dello schermo, la presenza invece della prestazione.