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La presenza, l’ascolto e il profumo

L’ascolto è relazione. Non è mai un atto solitario, nemmeno quando siamo soli con noi stessi: è sempre un dialogo tra chi ascolta e ciò che viene accolto.

Me lo ha insegnato prima di tutto il Kodo, l’antica via giapponese dell’incenso, dove l’incenso non si annusa ma si ascolta. Non si tratta semplicemente di sentire una fragranza, ma di entrare in conversazione con lei: lasciarle raccontare la sua storia, mentre noi raccontiamo la nostra attraverso ciò che sentiamo.

Questa presenza è essenziale per il cammino interiore, perché ciò che viviamo dentro ha bisogno di un confronto, di un dialogo, per poter evolvere. Le emozioni che restano chiuse diventano stagnanti; i pensieri che non trovano risonanza si irrigidiscono.

Quando accogliamo un aroma pratichiamo un ascolto che include il corpo, la memoria, l’intuizione. Creiamo uno spazio di incontro, dove il nostro mondo interiore può mostrarsi ed essere riconosciuto. È lo stesso spazio che apro nei miei laboratori, quando si annusa in silenzio prima di comporre.

La saggezza orientale parla spesso di “vuoto fertile”: uno spazio apparentemente silenzioso che in realtà pulsa di possibilità, come un terreno che riposa prima di dare frutto. Nell’ascolto creiamo proprio questo: un vuoto che non è assenza, ma presenza. Un silenzio che non esclude, ma include.

In questo spazio la fragranza di un incenso può diventare uno specchio, il profumo di una rosa un’intuizione, e l’aroma più semplice può aprire nuove consapevolezze, che ci restituiscono la possibilità di sentire i nostri bisogni d’anima.

Se senti il richiamo di questo ascolto, è il cuore del corso online di Aromaterapia emozionale.

Profumo di Madagascar

Il Madagascar si è staccato dal continente africano circa 160 milioni di anni fa, e in quell’isolamento lunghissimo ha costruito qualcosa che altrove non esiste: una densità di specie uniche altissima, oltre l’85% delle piante, oltre il 90% dei rettili e degli anfibi, non si trovano in nessun altro luogo del pianeta. Non è un caso isolato qua e là. È un intero ecosistema che ha imparato a divergere, a specializzarsi, restando comunque un solo territorio.

Nel lavoro con le materie prime di quest’isola – la vaniglia, il vetiver, il Ramy, il geranio Bourbon, il patchouli, il niaouli, la cannella – ritrovo la stessa struttura: specie diversissime che convivono sullo stesso suolo rosso, ciascuna con la propria nota, senza sovrapporsi. La biodiversità, qui, non è solo un dato scientifico. È un modello di come materiali, tempi, culture diverse possano stare insieme senza doversi somigliare.

Il Ramy, per esempio, è una resina che arriva solo a fine estate, raccolta da chi conosce l’albero abbastanza da sapere quando è pronto. Non è la varietà in astratto a contare; è che ogni materiale porta con sé il tempo e la mano di chi lo ha raccolto, e quello non si può replicare altrove. Ne ho scritto in Materia Viva n.10.

Questa varietà non sopravvive da sola. Dietro ogni materiale c’è un sapere tramandato: chi sa dove cercare, quando raccogliere, come lavorare la materia senza sprecarla. È una conoscenza che si perde in una generazione, se nessuno la porta avanti. Scegliere una provenienza precisa, raccontarla per nome, è anche un modo per tenere viva quella trasmissione – non lasciarla scomparire dentro un sacco anonimo insieme a tutto il resto.